Informazioni dalla Striscia di Gaza

Se volete per un momento abbandonare la visione del problema palestinese che in genere ci viene presentata dai nostri giornali leggete “Bocche Scucite”.

Si tratta di una attenta informazione , curata mediante una newsletter da don Nandino Capovilla per la campagna di Pax Christi “ponti e non muri”, che ci illustra la situazione drammatica del conflito israelo – palestinese. Di seguito vi riportiamo l’editoriale dell’ultimo numero (01/02/2009).

Se desiderate continuarne la lettura potete trovare ulteriori informazioni nel sito indicato di seguito, www.paxchristi.it, dove sono riportate le iniziative di Pax Christi, in particolare gli interventi relativi all’area israelo palestinese, le notizie, i viaggi e gli appelli relativi ad iniziative di sensibilizzazione promosse da questa importante associazione.

Bocche Scucite 1 febbraio 2009

“La strategia unica e il prete panettiere. Avete mai sentito parlare del ‘popolo delle termiti’?
Si tratta di un popolo che ama scavare nella terra, creare cunicoli da cui far passare di tutto, perfino generi voluttuari come biscotti. Di un popolo che appena gli bombardi questi suoi amatissimi cunicoli, subito li scava di nuovo, perché gli piace tanto, perché magari anche ci gode, a vivere tumulato sotto terra. Potremo riassumere in quest’immagine orribile la ‘fine della guerra’
secondo l’inviato RAI Pagliara. In questo modo disumano ha definito i palestinesi di Gaza in un servizio di qualche giorno fa, mentre riprendeva alcuni giovani palestinesi che stavano ripristinando i tunnel di collegamento con l’Egitto serviti in questi anni di blocco e di embargo all’approvvigionamento di viveri e generi di prima necessità.
Perché se non lo sapete la ‘guerra’ è finita e Pagliara è già pronto a raccontarci il dopo. Fine della guerra. O meglio invece fine del massacro più grande. Ma non certo fine della disumanizzazione, della negazione dell’altro come uguale a sé, detentore degli stessi diritti, in quanto appartenente alla comunità umana. Invece la “vittoria” è nei numeri: 10 a 1.000, perché
questo vale un essere umano se non è israeliano.
E dietro a tutto questo, una strategia calcolata e perversa che dura da sessant’anni, anzi, come sostiene Ilan Pappè (Il manifesto, 27 gennaio),  che era stata ideata e messa in atto dai sionisti a partire dagli anni trenta, anni in cui invece, secondo Umberto Eco (L’Espresso 29 gennaio), evidentemente ancorato alla mitologia dei sionisti che hanno fatto fiorire il deserto “gli ebrei israeliani hanno coltivato le loro terre di Palestina con metodi modernissimi costruendo fattorie modello e si
battono proprio per difendere un territorio in cui vivono stanzialmente.
Ed è proprio questo che l’antisemitismo arabo rimprovera loro.”
“Stiamo parlando della stessa società- dice invece Ilan Pappe- che, nel ’48 e nel ’67, ha espulso i palestinesi dalle loro terre. Dopo 60 anni d’indottrinamento, di de-umanizzazione dei palestinesi, di demonizzazione dei palestinesi, ucciderne un migliaio in tre settimane non ha rappresentato un grosso problema. I media, la cultura politica, hanno preparato la società ad accettare questi massacri come un ‘atto di autodifesa’”. Come continuare dunque, giocando sempre la carta sdrucita
dell’autodifesa, della sicurezza del proprio popolo, a perseguire la strategia iniziale, quella che Pappe non esita a definire pulizia etnica, il tentativo sempre più violento di allontanare più palestinesi possibili dalla loro terra e al contempo di annettere sempre più terra allo Stato d’Israele? “La strategia è tenere ‘in prigione’ Gaza e metà della Cisgiordania,-
afferma Pappe- così molti lasceranno il paese. Se ne avranno bisogno, lanceranno una nuova pulizia etnica, o un genocidio, o l’occupazione.
Questi sono solo strumenti. Ciò che conta è che la strategia non è cambiata.(…) Gli israeliani vogliono controllare  ndirettamente la striscia di Gaza, ma non sanno come comportarsi con i suoi abitanti. E se i palestinesi resistono, mettono in atto punizioni collettive sempre più estreme. Cari amici di Bocchescucite, vogliamo in questo editoriale affiancare a
queste parole, a quest’analisi lucida e autorevole di uno dei più grandi nuovi storici israeliani, le parole semplici di padre Manuel, parroco della parrocchia della Striscia, perché da lui possiate percepire, come lo abbiamo fatto noi, come poi queste strategie, queste sordide pianificazioni di occupazione di spazi e di distruzione indifferenziata di beni altrui, diventino dolore, mancanza, lutto infinito. Padre Manuel, da Gaza, ci ha scritto una lettera straordinaria: “Gaza stava già soffrendo prima di questa guerra, soffre durante questa guerra e continuerà a soffrire dopo questa guerra.
Molte famiglie si sono rifugiate nelle scuole della Nazioni Unite (UNRWA) dove pensavano sarebbero state al sicuro. Ma sono state bombardate. Le condizioni di vita sono terribili, con 50-60 persone a sopravvivere in una stanza, senza elettricità, acqua, senza letti o cibo e nessun luogo in cui lavarsi. Gli aiuti dell’emergenza non ci sono ancora arrivati e dato che tutti sono troppo spaventati per avventurarsi nelle strade, la nostra gente non può raggiungere i magazzini dove sono conservati gli aiuti della Croce Rossa e dell’UNRWA. Così come le distruzioni e le ferite fisiche sono incalcolabili, è incalcolabile anche il trauma psicologico della nostra gente. Avrà isogno di aiuto e supporto per chissà quanti anni a venire. Dovrà trovare un qualche posto in cui vivere e noi avremo bisogno di centri per i feriti resi disabili dai bombardamenti, di scuole speciali per i traumatizzati, per i bambini orfani e tutta una serie di servizi di riabilitazione. L’acqua pulita è scarsa, così che entrambe le nostre scuole in Remal e a Zaitoon forniscono l’acqua alla gente locale grazie ad un pozzo artesiano, scavato dalla generosità di donatori austriaci. Il generatore della scuola produce elettricità per il forno vicino, dato che non si trova pane da settimane. La gente dice: “Il prete è diventato un panettiere”, ed è vero, e siamo contenti di essere in grado di farlo.”

“Pulizia etnica o apartheid? -riflette ancora Pappè-.Si tratta di due elementi che non possono essere separati: apartheid significa creazione di aree riservate soltanto ad un popolo. Le puoi ottenere dalla separazione o dall’espulsione di uno dei popoli, o dall’uccisione.”
Ecco allora il prete panettiere, quest’uomo che soffre e si dispera e poi con la sua gente confida nell’umanità di altre persone, che non smette di voler far conoscere le sofferenze della sua gente e per lei non si vergogna di chiedere aiuto, diventare non meno lucido dello storico nell’avvertirci che, se certamente Gaza oggi ha bisogno di aiuti e di essere ricostruita, ha soprattutto bisogno che quella strategia abbia fine.
Ci scrive ancora Padre Manuel: “La guerra deve finire ora. Il mondo deve trovare una soluzione  er il popolo palestinese e non semplicemente tornare alla situazione in cui si trovava prima che tutto questo iniziasse. I confini con Israele devono essere ridisegnati e l’occupazione, che è iniziata 60 anni fa, deve finire. Lo status dei rifugiati palestinesi  deve essere risolto perseguendo il Diritto al Ritorno, mentre Gerusalemme Est deve essere la capitale dello Stato palestinese.
Dobbiamo radere al suolo il Muro dell’apartheid, aprire i passaggi di frontiera, liberare i detenuti palestinesi e rimuovere gli insediamenti israeliani, così che la terra potrà tornare ai suoi originari proprietari palestinesi. La pace è possibile solo se comprende la giustizia. Quando il mondo restituirà al popolo palestinese i suoi diritti, allora ci sarà sicuramente la pace nel Medio Oriente. Tutta la gente di Gaza dice grazie a voi, nostri amici ovunque voi siate, per le vostre preghiere costanti e particolarmente per l’aiuto di cui abbiamo urgentemente bisogno e che speriamo ci raggiunga presto”. E mentre il popolo di Palestina continua, in ossequioso omaggio alla laboriosità delle termiti, a lavorare instancabilmente laddove i buldozer distruggono, a ricucire ferite che continuano a bruciare perché tenacemente, legittimante vuole continuare a lottare per vivere con dignità nella propria terra, ecco che l’esimio studioso nostrano Umberto Eco, fuori dal mondo e dalla storia, ma in affollata compagnia, sorvolando amabilmente su Nakba, Naksa, occupazione e massacri, ci informa che “il territorio palestinese non era stato conquistato con la violenza, e la decimazione degli autoctoni, come in America del nord bensì nel corso di lente migrazioni e installazioni a cui nessuno si era opposto”. Come dice il caro amico Vittorio: restiamo umani. E quando qualcuno nega addirittura la nostra umanità, facciamo tutti come i palestinesi di Gaza: impariamo a sopravvivere anche dalle termiti, se occorre!

BoccheScucite

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